TRAIN & BRAIN
LA RESISTENZA
LA RESISTENZA ALLA FORZA E’ UN CONCETTO DI DIFFICILE ASSIMILAZIONE E COMPRENSIONE E DI CONSEGUENZA IN MOLTI LIBRI O SITI SULL’ALLENAMENTO VIENE FATTA ALLENARE IN MANIERA DIVERSA.
DEFINIZIONI:
www.triesteonsight.it
E' la capacità di eseguire una sequenza breve di movimenti molto intensi. Essenziale. Quasi sempre infatti capita di dover affrontare una sequenza intensa di movimenti per poi raggiungere delle prese sulle quali si possa recuperare, a patto di avere una buona resistenza.
Riuscire a perdurare nell’esercizio mantenendo un elevato rendimento; quando il rendimento è ottimale si fa "catena". La cosa più importante resta comunque che la resistenza presenta mediamente una alta componente anaerobico-lattacida ed una minore componente aerobica (le percentuali dipendono dalle caratteristiche dalla lunghezza della via).
Al limite tra il concetto di forza e quello di continuità sopravvive questa oscura categoria. La tabella sperimentale che pone in relazione numero di ripetizioni e forza massima mette seriamente a repentaglio la valenza intrinseca di questo concetto: se fino a 15/20 movimenti il numero di volte che riusciamo a ripetere consecutivamente un esercizio dipende solo dalla forza massima come può questa grandezza avere una valenza a sé stante? Fino ad un certo numero di movimenti dunque RESISTENZA=FORZA. Se sollevo 100kg una volta potrò sollevarne 53 per 12 volte. In arrampicata purtroppo (o per fortuna ), una elevata forza massima a secco non mi garantirà una elevata resistenza essendo predominante il fattore tecnica-fluidità. Se pongo male un piede o sbaglio assetto del corpo o non vedo l'appiglio chiave l'intensità di ogni singolo movimento aumenterà in maniera esponenziale facendomi esaurire dopo pochi movimenti. Le cose che servono dunque sono: capacità coordinative esaltate (e non inibite) da un giusto livello di ansia, unitamente ad una grande forza massima. Non se ne può più di sentire il lamento "non ho resistenza, devo allenarla" di chi palesemente è incapace a scalare e brucia in pochi istanti ciò che sarebbe sufficiente per salire metri e metri di difficile parete.
SINTETIZZANDO:
E’ LA CAPACITA’ DI TENERE (RESISTENZA DI DITA) E CHIUDERE (RESISTENZA DI AVANBRACCIO) AL FINE DI AFFRONTARE VIE CON PASSI QUASI MASSIMALI PER UN TEMPO RELATIVAMENTE LUNGO. CIOE’ CONTINUARE A SALIRE IN UNA SITUAZIONE DI STRESS SU DIFFICOLTA’ QUASI AL LIMITE DELLE PROPRIE CAPACITA’ (CERCANDO DI ARRIVARE ALLA CATENA O AD UN BUON RIPOSO).
MA COME ALLENARLA!!!
"EL MANETON" POR TODOS
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LE PILLOLE DEL GUERRIERO
1) LO STATO MENTALE IDEALE (FROM JOLLY)
Quasi una esperienza di estasi o di trance ipnotica in cui tutto avviene perfettamente, dove la potenza fluisce attraverso di noi e per mezzo di noi, al di fuori dello spazio e del tempo, rendendo
le nostre potenzialità fisiche efficienti al massimo, anzi, forse di più. Come tutte le esperienze che avvengono con un'intensità molto elevata, questo stato di grazia accade molto raramente e dura
poco. E' di fondamentale importanza imparare a riconoscerlo e saperlo ricordare, per poter poi, un giorno, sperare di riprodurlo volontariamente (anche se in forma minore: il vero stato di grazia
accade come per incanto, e al di là di un controllo volontario). I passi sono questi: conoscerlo, saperlo immaginare, riuscire a riprodurlo volontariamente. Dunque per conoscerlo esaminiamone le
caratteristiche:
· Rilassamento: mi sento calmo, senza timore (il vuoto ,la spittatura, la non riuscita). Però al tempo stesso ho voglia, sono stimolato e non apatico e dormiente. Sono calmo ma fortemente motivato ed
attivo
· Gioia: mi diverto ad arrampicare, anche se sto eseguendo una cosa dura sento il gusto della scalata. E' bello scalare ed io sto scalando proprio bene, mi stanno guardando e vedono in me un bel
movimento ed io ne sono fiero. Provo addirittura piacere
· Ottimismo: sento che ce la posso fare, sono perfettamente all'altezza del compito
· Fuori dal tempo e dallo spazio: non penso a quello che è passato e neanche a quello che potrà succedere né, soprattutto, sento e vedo le cose intorno a me che potrebbero disturbare (gli
incitamenti, uno che mi arrampica a fianco etc). Sono all'interno di un film ma in qualche modo ne sono anche spettatore: non mi concentro su nulla ma percepisco tutto nella sua globalità. I
movimenti avvengono in maniera automatica, gli appigli, che una volta mi sembravano cosi' piccoli, sotto i miei piedi e le mie mani diventano grandi, come non lo sono stati mai
· La mia mente è totalmente libera da pensieri: non analizzo l'esecuzione dei movimenti, non penso "ora devo girarmi in laterale": il corpo sembra muoversi secondo leggi proprie. Non temo di aver
dimenticato qualche passaggio o qualche tecnica: sento che quando sarà il momento mi verrà spontaneo
· Spontaneità: non mi sforzo di restare calmo… non mi sforzo per ricordare i passaggi…non mi sforzo per cercare la carica…non mi sforzo per cercare di concentrarmi. Lo sono già, e se non lo sono ora
fra poco lo sarò!
2) LA DISPERSIONE DELLA FORZA
Arrampicare e’ una questione di resistenza alla forza di gravità: man mano che si sale lungo un tiro inevitabilmente questa ci attrae verso il basso (le dita e poi le braccia si aprono!)
E’ come avere un serbatoio di benzina forato: goccia dopo goccia il serbatoio si esaurisce.
E’ necessario dunque usare degli accorgimenti tattici e mentali affinché la dispersione delle nostre energie sia la più lenta possibile.
Faccio qualche provocazione/suggerimento:
- E’ necessario smagnesare in continuazione? Forse per i primi metri basta una smagnesata iniziale o una bella impomatata di magnesio liquido!!
- Si potrebbe provare nei tiri corti a togliere addirittura il sacchetto del magnesio e partire con una bella impomatata iniziale.
- Smagnesare serve per scaricare la tensione? Forse si! Ma forse e’ solo un gesto che ci fa perdere tempo (e quindi anche energie!).
- Alcune vie (come per esempio il “tritone” nella falesia dell’Eros) o quelle nella falesia del Profeta hanno una chiodatura talmente ravvicinata che ci si rende conto che è più faticoso moschettonare e tirare su la corda che andare su di mezzo metro al prossimo rinvio. forse potremmo valutare di saltare qualche moschettonata (nei limiti dell’assoluta sicurezza!) se valutiamo il volo non pericoloso ed il tratto successivo non troppo impegnativo!!
- Nelle vie lavorate una moschettonata ci fa sprecare molta energia perché il chiodo e’ troppo alto? Allungare il rinvio e’ un buon rimedio per guadagnare un po’ di energia necessaria alla progressione. Vi fate degli scrupoli morali! Signori guardate i video di Sharma e Ondra: mi sembra che anche loro usino delle discrete longe per certe moschettonate.
- A volte si perde energia semplicemente perché si sta troppo tempo sulle prese ad aspettare un futuro incerto: il nostro dialogo interno ci inibisce e ci fa perdere tempo ed energia.
Provo, mi alzo, tentenno, mi sembra di non averne: tieni!!! (oggi sono una merda!)
Si potrebbe partire cattivi, arrivare alla presa buona, ripartire per il passo duro con ulteriore
cattiveria (cavolo non era poi cosi’ difficile!!!).
Naturalmente questo e’ facile a dirsi (meno a farsi!)
Il primo passo e’ prendere consapevolezza di questi processi psicologici che ci tarpano le ali.
3) L'IMPORTANTE E' CREDERCI
Una cosa è certa: a prescindere dalla nostra forza se ci sentiamo forti, coraggiosi ed in forma arrampichiamo molto meglio! Capita a volte di non allenarsi per diversi giorni e poi di fare comunque delle prestazioni super. La Testa assume un ruolo chiave ed in alcune giornate arrampichiamo bene, senza sforzo, ansie o limitazioni particolari. La componente forza è importante: ma sicuramente ci facciamo troppo affidamento! Molti scalatori arrampicano meglio di noi pur avendo molto meno forza ma solo più determinazione e soprattutto perché ne sprecano meno. La differenza tra un climber forte ed uno scarso sta anche nel fatto che per lui i tiri duri non sono poi così tanto duri. Per loro è normale arrampicare su quei gradi (come noi su quelli più bassi). Se riusciamo a credere che è la nostra mente che ci vincola più di altre cose allora si apriranno prospettive insperate.
Quindi: alziamo la nostra autostima arrampicatoria, tentiamo tiri più duri e prendiamo l’abitudine a queste nuove situazioni. I risultati, se supportati da una buona base fisica arriveranno!
Attenzione poi a non legare troppo il discorso sforzi- risultati. Alcuni climber si deprimono perché ci sono giornate in cui non arrampicano come vorrebbero ed altre in cui si esaltano quando fanno cose egregie.
Assumiamo invece un atteggiamento diverso: “arrampico per divertirmi e per apprendere”: tutto il resto viene di seguito. Dei giorni prenderemo delle sonore bastonate ed altri giorni saremo degli dei. Il vero scopo, a pensarci bene, non è salire i prossimi 20 metri ma incrementare le nostre capacità attraverso l’apprendimento.
E’ questa la chiave mentale corretta: arrampico, dunque imparo.
Non per il grado, non per l’onore ma per ampliare la conoscenza di ciò che è dentro e fuori di noi.
Vi sembra poco?
4) L'EQUILIBRIO
L’equilibrio è l’elemento per creare continuità fra il corpo e la mente.
L’equilibrio può essere analizzato sotto 3 aspetti: corpo, respiro, mente.
Corpo.
Una postura scorretta vi fa perdere forza, questo e’ innegabile!
Se il corpo non è bilanciato perfettamente questo si ripercuote sull’energia necessaria a farlo stare in posizione stabile.
Ma la postura ha efficacia anche sulla mente: una posizione stabile aumenta la fiducia in voi stessi. Se vi sentite in equilibrio avrete meno paura di cadere e vi sentirete più forti!
Respiro.
La respirazione mette in equilibrio il corpo con la mente. La respirazione inconscia esprime il vostro stato, la respirazione consapevole influenza il vostro stato. Se siete al limite respirerete con affanno, se governate la respirazione sarete in grado di governare anche il vostro equilibrio interno.
Una respirazione corretta e conscia:
- elimina paura e stress
- riporta l’attenzione sul corpo
- ossigena il sangue
- crea un ponte fra corpo e mente.
Ascoltate il vostro respiro espirando con forza (Sharma ci aggiunge un urlo!).
Mente.
Quello che conta è ciò che si apprende dall’aver percorso una via. Non il risultato né lo sforzo: solo la coscienza d’aver dato il massimo. L’apprendimento deve essere lo scopo ultimo, che vi fa tornare a casa sereni anche se avete sbagliato tutti i tiri e tutti i movimenti!
- Assumete un atteggiamento aperto!
- Non imprecate e non sbuffate!
- Usate parole forti e positive (non dite: “quella presa è dura e non riuscirò mai a tenerla!” dite piuttosto: “devo tenere quella presa di un centimetro i cinque secondi necessari per lanciare alla presa successiva”.
- Non usate mai la parola “ansia”: deriva da un termine sassone che significa soffocare o lottare: voi non siete in questa situazione. Siete solo degli uomini curiosi di imparare!
- Per ultimo: non provate… fate! Un guerriero non prova un tiro
perché già il provare implica l’insuccesso. Un guerriero è
completamente concentrato sull’impegno e l’impegno è qualcosa
che non si prova ma si applica.
5) ANALIZZARE LA SFIDA
Per salire una via occorre avere informazioni. Nel suo complesso una sfida intensa può essere insostenibile. Se separata ed analizzata in piccole parti si può trovare la giusta soluzione. Nel processo di accettazione ed assunzione di responsabilità vanno considerati sostanzialmente tre aspetti:
- la conoscenza della via
- le conseguenze di una eventuale caduta
- la conoscenza che avete di voi stessi e delle vostre
caratteristiche.
Conoscere la via significa scoprire da sotto ogni possibile dettaglio: punti riposo, tipi di prese, scalata frontale o laterale, punti critici per le moschettonate, se è una via di forza o di continuità, ecc. Uno scalatore molto bravo ed esperto, anche se parte per una via a vista (ed a meno che non abbia gli occhi bendati), sa già dove trovare quasi tutti questi elementi. Uno scalatore di normali attitudini può partire speranzoso e trovarsi a metà percorso smarrito ed incerto. La grande capacità dei forti è trovare soluzioni logiche (e matematiche!) a rebus verticali nel breve spazio di una smagnesata o di un piccolo momento di riposo. L’obiettivo è di riempire di prese e sequenze accettabili uno spazio vuoto. Fare scaturire dal nulla apparente una successione di gesti concreti.
Le conseguenze di una eventuale caduta sono un altro fattore da considerare con attenzione: valutate la distanza tra i chiodi, il tipo di chiodi, la possibilità di integrare con altre protezioni, la possibilità di allungare qualche moschettonata che ritenete possibilmente pericolosa, la vicinanza dei primi chiodi da terra. Molte volte si arrampica su vie che sono chiodate in maniera potenzialmente molto pericolosa. Il primo chiodo troppo basso e quindi inutile, il secondo ed il terzo posizionati in modo tale che una eventuale caduta con la corda in mano vi porta inesorabilmente con le caviglie a terra. Ricordo un incidente accaduto un giorno di qualche anno fa a Massone al quale purtroppo ho assistito senza potere fare nulla. Il climber sale, salta la prima moschettonata perché (secondo lui) troppo vicino a terra, arriva al secondo chiodo e non c’è più la piastrina (rubata?). Si agita, non riesce a scendere ed allora decide d’arrivare al terzo chiodo bello alto, a circa 6 metri d’altezza. Il climber si rende conto del pericolo, inizia a tremare, tenta di moschettonare ma non ci arriva; tenta di scendere ma non ci riesce; risale tentando di moschettonare ma le forze gli vengono a mancare. Allora prova a spostarsi a sinistra di qualche metro su un’altra via per prendere un chiodo. Non ce la fa. Il compagno è impietrito. Con un gesto disperato si lancia su una corda che era piazzata in moulinette di fianco lasciata lì per i giri successivi. Ne prende un capo al volo ma l’altro gli sfugge. Vola urlando al suo compagno di tenerlo! La via era un semplice 6b unto come tanti ce ne a Massone.
Conoscere noi stessi non è facile. Possiamo avere informazioni solo soggettive. Molto di ciò che accade in una normale giornata d’arrampicata è inspiegabile: alcuni giorni sappiamo che siamo in un discreto stato di forma ma arrampichiamo male e non concludiamo niente. Viceversa altre volte sappiamo che siamo in un discreto stato di forma ed arrampichiamo da dio al meglio di noi stessi. Perché tanta differenza? Come mai non siamo mai in grado di definire, prima di partire da casa, se oggi sarà una giornata scarsa, buona od ottima? A questa cosa non so rispondere. So solo che il guerriero deve accettare con onestà queste situazioni, fare tesoro degli errori, apprendere e sperare di reagire in maniera più efficiente le volte successive. Il passaggio conclusivo, liberatorio e costruttivo, di ogni giornata d’arrampicata è il momento del ritorno a casa in automobile quando, con l’amico fidato, si analizza la giornata e la si accetta per quello che è stata: una sonora sconfitta od una brillante vittoria. Altri giorni verranno… ma il passo fondamentale è l’accettazione di quanto in positivo ed in negativo oggi abbiamo appreso.
N.B.: queste pillole non sono farina del mio sacco! E’ solo che rileggendo per 20/30 volte il libro “Rock Warriors Way” sto cercando di tradurre per me e per chi legge quello che e’ scritto (o tradotto) in maniera quasi incomprensibile. M.Z.
romagnaverticale.com
